Arte, realtà e astrazione

GA.MU. Artereastra

L’arte incontra l’anima. Il percorso museale di GA.MU. Artereastra è un viaggio nell’interiorità ma con ironia, ché l’ironia è l’intelligenza che si diverte, esattamente come la creatività.

Non mi piace fare recensioni. Zero. Io sono una di quelle che non legge mai quello che lз altrз scrivono su mostre e musei, non mi interessa, mi stufa, preferisco che mi diciate a voce ciò che avete amato, per cogliere il vostro guizzo negli occhi quando si accendono di entusiasmo.

Faccio un’eccezione, quindi.

Quando sono uscita da GA. MU. lasciando la calorosa e grata stretta di mano di Maurizio Pizzetti, mi sono ripromessa che avrei scritto qualcosa su di lui, sul suo museo e sul senso di pienezza che mi ha pervaso per giorni dopo la visita.

Il viaggio con la family in Toscana aveva come meta primaria un luogo magico: il giardino di Daniel Spoerri. Abbiamo affittato un appartamento in questo parco incredibile e ce lo siamo goduti a porte chiuse, senza visitatori, dall’alba al tramonto. Se volete andarci pure voi, sappiate che non è obbligatorio pernottarvi, potete visitarlo negli orari di apertura. Questo è uno spassionato consiglio che avrebbe bisogno di approfondimenti… ma non è questa la sede.

Figuratevi se la family si accontenta di UN solo posto da visitare. Dal canto mio, visto che era aprile, avrei ben gradito la sparizione del mio corpo, l’avviluppamento in stato larvale con un giro al parco e un calice di Chianti. Davide non avrebbe obiettato, ma… Vi pare che Erika mi avrebbe mai lasciato fermentare su un cuscino? Ovviamente no. E quindi, dopo pranzo, sfodera il suo smartphone e si immerge in un meticoloso scandagliamento dell’internet sui luoghi di interesse in zona.

Dopo qualche minuto, riemerge con un Eureka! Ci sono dei musei che sembrano interessanti ad Arcidosso.

Di solito, il mio pensiero a questa sollecitazione, è solo uno: speriamo ci sia il parcheggio vicino. Montiamo in sella. Davide imposta solerte il navigatore, facciamo partire un podcast satirico/su morti cruente/approfondimento/femminismo… e via per l’ignota Arcidosso.

C’è una salita da fare. Vabbè. Erika punta il dito sull’insegna di quella che a me pare una galleria d’arte e dice: “A me interessa questa, deve essere figa. Ma ci torniamo alla fine, iniziamo dal Castello”. Agli ordini, capa! Anche perché, quando Erika fa queste affermazioni io so sempre che dietro c’è stato tutto un accurato studio preliminare. Quindi mi fido senza obiettare perché so che di rado sbaglia.

E infatti sapeva che il biglietto del Castello Aldobrandesco include l’accesso a varie collezioni (le info le trovi a fine articolo).

Mi innamoro in un baleno del MACO.

Il Museo di Arte e Cultura Orientale di Arcidosso, fondato dal Prof. Namkhai Norbu, ospita una collezione di oltre 5000 oggetti d’arte orientale e reperti etnografici. Il progetto si è concentrato sulla creazione di un’esperienza di “museo vivente” per i visitatori, con il mandala come tema centrale sia a livello concettuale che architettonico.

Non vi direi altro se non di andarci, perché ogni cosa è illustrata in maniera così chiara e scorrevole che ti senti accolta e appagata nella tua sete di conoscenza. E sapete bene quanto ciò sia raro.

Ancora non sapevo cosa mi avrebbe acceso ancor di più la passione

Sebbene fossimo giunti quasi all’orario di chiusura, la simpatica operatrice del Castello ci comunica che, se vogliamo, con 15€ potevamo aggiungere alla visita del Castello (e delle sue collezioni) anche l’ingresso alla Galleria Museo Artereastra (Ga. Mu.) e che la biglietteria sarebbe stata lieta di prorogare l’apertura.
Sgrano gli occhi incredula. Puoi togliere Valentina dalla Lombardia ma non puoi togliere la Lombardia da Valentina. Un museo che rimane aperto esclusivamente per tre scappati di casa?

A quanto pare, sì.

All’ingresso un signore ci accoglie e non ci svela che è proprio Maurizio Pizzetti, l’artista dietro a tutte le opere che vedremo da qui in poi. Forse avrei dovuto capirlo… Ma in viaggio io sono una specie di grumo di distrazione. Non pianifico troppo, non mi faccio troppe domande. Sono in vacanza, non al lavoro, e quindi l’arte mi scorre davanti agli occhi con la beata possibilità di piacermi, annoiarmi o lasciarmi completamente indifferente.

È questo stato di grazia che mi permette di distendere i nervi ed essere molto più ricettiva. E sarà questo a rendere ancora più magico GA.MU.

Vedete, io sono come voi. Io mi infastidisco, mi distraggo, sono irrequieta. Sono famosa per evadere dai luoghi di cultura in un secondo netto al grido reiterato di: mi annoio mi annoio mi annoio. Non mi autoinfliggo niente, manco per sbaglio. Questo incipit renderà ancora più incisiva l’affermazione che leggerete ora:

GA MU Artereastra, per me, va visitata con l’audioguida. E non lo dico spesso. Avrete bisogno di una voce per questo museo per nulla convenzionale, privo di spazi regimentati e idee scontate.

Fidatevi. Ve lo dice una che ha visto una marea di ciarpame, nella sua esistenza, spacciata per arte degna di essere esposta in illustri centri della cultura (leggi: Milano, Roma, Torino, et alii). E forse sono una snob pure io, che pensa che qualità faccia rima con città. Devo smetterla di farmi assuefare dal tossico pensiero milanocentrico (mannaggia a me).

Forse dovremmo aspirare a un processo di decentramento dello sguardo. E smettere di infognare le solite quattro città d’arte e i “borghi più belli d’Italia”. Ma sull’over-tourism ci torniamo un’altra volta, ok?

Intanto già la biglietteria di GAMU è un’opera d’arte o, meglio, la prima fermata: s’intitola Pagat’ho.

Siccome il museo è cadenzato come un viaggio in dodici fermate nell’anima e nell’esistenza, è ovvio che il primo passo sia quello di pagare il biglietto (del treno? Del museo? Del viaggio interiore? Già amo questa misticanza di significati).

La biglietteria ha una tela bianca che divide noi dall’addetto.

Nasciamo intattɜ (oddio, a parte i traumi transgenerazionali, ma non stiamo a sottilizzare) e dovremmo imparare subito l’importanza dello scambio, del dare per avere.

Un’altra tela, di fontaniana memoria, si squarcia per farci cominciare il Viaggio dentro sé stessi. Una figura, valigia di ricordi alla mano, penetra nel taglio e ci invita a cominciare.

Una porta ci conduce in un percorso composto di stanze-concetto a tema che ci lasceranno una sensazione di pienezza, di godimento e di ammirazione inspiegabili.

La II fermata è dedicata all’amore.

Sul pavimento c’è una copia di un’opera che si troverà nella decima fermata: è l’innamoramento, ma è circondato dai 7 vizi capitali, che minacciano la fiamma dei primi momenti.

Si passa attraverso una tela, come se noi stessi dovessimo vivere le opere d’arte. Ed è già qui che questo museo mi ha conquistata. Mi ha (con)vinta la giocosa pretesa che la mia esperienza diventi parte integrante del percorso. E non è quel modo di dire sterile che senti a ogni sacrosanto evento culturale. No, mi sento tutta ringalluzzita e, ad ogni stanza, c’è una sorpresa.

Le altre fermate sono:

III Fermata – Io, Tu, Gli Altri
IV Fermata Luci E Ombre
V Fermata – L’arte di Tutti
VI Fermata – L’uomo Imperfetto
VII Fermata – Il Tempo
VIII Fermata – Divinizzazione dell’arte
IX Fermata – Il Viaggio
X Fermata – Buio Dei Sensi
XI Fermata – Fine-Inizio-Fine-Inizio
XII Fermata – La Truffa

Non vi spoilero troppo, perché dovete andarci. Segnatevelo in agenda e inseritelo in un bell’itinerario a spasso per il grossetano.

Non saprei nemmeno bene come definire queste opere d’arte se non, come ho detto prima, stanze-concetto.

Le stanze non raccolgono oggetti slegati dalla struttura. Essi vivono in simbiosi. I dipinti, le sculture, le installazioni e gli oggetti si guardano, dialogano, formano connessioni.

L’aspetto che ho amato di più è la grande attenzione verso lз visitatorз: sei presa per mano, sei invitata a capire, a ridere, a riflettere. Come se non bastasse: Pizzetti ti invita a interagire, a toccare e a lasciare un segno.

Ci sono strisce in cui puoi scrivere frasi che l’artista trasformerà in abiti patchwork appesi nel guardaroba della V fermata (L’arte di tutti)

Ci si può sedere su dei water al centro della stanza creativa del Pizzetti (VI fermata – L’uomo imperfetto), come a ricordarci che ogni meditazione termina in produzione.

Puoi infilare le mani in teli neri ed esplorare con il tatto alcune opere oscurate, poiché, per l’artista, tutti i sensi sono importanti (qui io, con il mio afflato interdisciplinare, ho letteralmente lanciato un grido di esultanza). Una volta esplorate con le dita, puoi guardarle sollevando le tavole accanto.

Tra tutte le fermate, però, quella che a distanza di mesi mi è entrata nel cuore, è l’ottava, Divinizzazione dell’arte. In questa stanza presente e passato convivono in un modo spiazzante: sul pavimento troviamo il presente, caratterizzato da tre altari dell’arte a cui ci si può inginocchiare (ma vi lascio la suspence, non posso dirvi tutto). Sul soffitto, invece, Pizzetti ha sospeso i mobili originali dell’amato nonno Egisto, ricostruendo fedelmente la sua stanza e lasciandoci sprofondare in una tenera nostalgia. I nonni, con il loro profumo, le loro case, i loro oggetti, non abitano i nostri pensieri più dolci?

Secondo voi esiste una parola che trasmette con efficacia quella sensazione di gioia, appagamento e ammirazione che scaturisce nel vedere un’idea geniale espressa in modo efficace?

Secondo me la gente usa “meraviglia”, ma per me non è abbastanza. Meraviglia è il compiacimento dei sensi nel bello, ma lascia fuori quella sensazione divina dell’individuare in un prodotto la sagacia.

Credo sia l’aspetto che amo di più dell’arte: quando ci riesce, a individuare il concetto e trasformarlo in un prodotto efficace. Giusto. Riconoscibile e universale ma non per questo banale.

Mi manca la parola esatta, ma forse si avvicina all’entusiasmo, sta nei paraggi dell’incanto ma all’incrocio con euforia, perché mica ti fa stare lì a bocca aperta stile pesce lesso, ma ti fa venir voglia di fare cose, dirlo a tuttз, ringraziare Maurizio Pizzetti con parole menome del loro intento e sentire le sue di lusinga pensando “ma sono io che devo ringraziare lui”.

Sono uscita da GAMU con la voglia di urlare al mondo che doveva venirci, in questo posto. Scambiare quattro chiacchiere con l’artista. Si capiva in ogni angolo che vi era una storia personale raccontata con dovizia, con cura e amore. Si percepiva sensibilità, passione, ironia e voglia di divertirsi.

Il percorso museale di GA.MU. Artereastra è un viaggio nell’interiorità ma con ironia, ché l’ironia, parafrasando (male) Albert Einstein è l’intelligenza che si diverte.*

Alla prossima!

*La citazione corretta è: “La creatività non è altro che un’intelligenza che si diverte”
Albert Einstein

INFORMAZIONI:

GAMU Artereastra
Via Camillo Benso Conte di Cavour n°17 58031 Arcidosso (GR)
Biglietto individuale (con audioguida): 5,00 €
Biglietto individuale con visita guidata: 10,00 €
Biglietto individuale “Piccoli Artisti Tour” (accompagnato/a da un familiare): 5,00 €
Biglietto individuale unico (comprende la visita combinata in autonomia anche al Castello Aldobrandesco ed al Museo Etnografico): 15,00 €
Visite su prenotazione

Castello Aldobrandesco di Arcidosso
Piaggetta del Castello, 3, 58031 Arcidosso GR

ll costo del biglietto è di 6 Euro. Sono previste riduzioni per gruppi.
ll biglietto include:
– Accesso al Castello con la Torre e le celle
– Museo David Lazzaretti “profeta dell’Amiata” dove sono conservati gli stendardi, gli oggetti personali e le tuniche della comunità creata negli anni 70 dell’800
– Museo del paesaggio Medievale del territorio
– Ingresso al MACO (Museo Arte e Cultura Orientale) adiacente il castello
– Museo delle armi – collezione privata
Durante l’anno il castello è aperto il fine settimana.
Nel periodo estitvo è invece aperto tutti i giorni tranne il Lunedì.
L’orario di apertura resta invariato ed è dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30.
La durata della visita è a discrezione dell’ospite purché all’interno degli orari di apertura del Castello

Una risposta a “Arte, realtà e astrazione”

  1. Avatar Erika Cammarata
    Erika Cammarata

    è stato bellissimo rivivere questa gita attraverso le tue parole, che bel ricordo

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