pensieri di un’educatrice museale fuori dal suo habitat naturale
Di tanto in tanto mi capita di integrare l’attività didattica museale con i progetti scolastici interdisciplinari.
Insegnanti dall’estro creativo e dalla voglia di ampliare orizzonti mi chiedono progetti che io confeziono su misura. Quest’anno la mia amica Arianna, maestra d’inglese, mi ha proposto due progetti: arte e geografia + arte ed emozioni . E di emozioni ce ne sono state parecchie (mettici anche che Arianna l’ho vista nascere, eravamo vicine di casa da piccole e vederla ora, maestra, in gamba, intelligente, sagace e divertente mi riempie di gioia).

Le prime volte che mi capitava, vivevo la scuola e il mio ruolo con estrema apprensione, timore e senso di inadeguatezza. Quelle robe da restare in macchina con la pancia che si ritorce, per farvi capire. Col tempo (e con una buona dose di terapia) le tensioni hanno iniziato a sciogliersi e ho compreso una cosa evidente ma non scontata:
Io lì dentro non sono una docente. E non devo comportarmi come tale, snaturando l’educatrice museale che è in me.
Dai tempi in cui mi barcamenavo tra impieghi sottopagati e apnee in annunci di lavoro melmosi fino a oggi, con una professione ben avviata, la domanda più frequente che mi pone l’universo mondo è:
“Perché non insegni?”
La gente crede che, siccome sono brava con ɜ bambinɜ e adolescenti, allora debba sentire una propensione alla carriera scolastica.
Beh, no!
Ci sono tante motivazioni a riguardo, ma tre sono prevalenti:
1- Il tempo indeterminato non è il tempo che fa per me
Non mi va di passare troppo tempo con la stessa gente. Con gli adulti perché so di non avere un carattere accondiscendente.
Con un gruppo classe non mi va per un semplice motivo: il rapporto tra docente e allievǝ non è un rapporto tra pari bensì presuppone il grande disequilibrio tra chi impara e chi insegna.
Questo aspetto mi carica addosso una responsabilità assurda e, se vaglio tutti gli scenari possibili, mi sento di non essere la persona giusta. Per esempio, mi immagino una situazione in cui dovesse capitarmi qualchǝ studentǝ poco amabile: potrei mai prendermi carico di un rapporto idiosincratico?
So che qualsiasi insegnante potrebbe confutarmi. Preferisco che si rispetti la mia posizione. Inoltre, i rapporti lavorativi continuativi mi logorano. Le mie amiche prof amano creare rapporti negli anni con ɜ studentɜ. Io amo proprio il contrario. Li vedo per un’ora e mezza e poi… alla prossima!
2- Il sistema scuola non ha i miei ritmi e io non ho l’intelligenza giusta
Burocrazie, voti, orari lavorativi in cui io solitamente sono ancora in pigiama e offuscata. Regole precise, programmi scolastici da seguire. Sono tutti aspetti di rigidità che non sono proprio in grado di applicare al mio lavoro. Un lavoro che è flessibile fino a diventare intossicante… Ma meglio così.
3- Conzala comu voi, sempri cucuzza è
dice il saggio proverbio siciliano: puoi condirla come vuoi, sempre zucchina rimane.
Pensare di dover raccontare sempre le stesse cose mi fa morire dentro. Mi fa morire dentro anche dover preparare ventordici mostre al mese. Ma se devo scegliere, mi faccio seppellire con un catalogo in mano e non con una LIM alle spalle.
Detto ciò…
Il fatto che io non sia una docente, non mi comporti come loro, non faccia quello che fanno loro si dimostra una grande risorsa da impiegare in ambito educativo.
Sono quella che entra in classe con una chiavetta USB zeppa di arte o un carico di ciarpame per ricreare dipinti


Oppure quella che propone modi nuovi di guardare le immagini, di scavarci dentro per recuperare storie antiche, usi e costumi di un tempo, proverbi, aneddoti divertenti oppure molto tristi.
Scene che buttiamo al centro dell’aula per vedere che increspature creano con quello che vivono, quello che li appassiona o li tormenta.
Le classi di quest’anno mi hanno dato davvero tantissimo e penso sia perché Arianna e io le abbiamo vissute tanto anche fuori dall’aula. Abbiamo parlato, discusso, analizzato cosa ci avevano raccontato e le reazioni singole e collettive. Mi sono resa conto di cosa vuol dire lasciare i bambini in buone mani, in occhi attenti e orecchie drizzate. Ho visto tante scintille luminose e ben accolte. Mi sono emozionata tantissimo, ho trattenuto le lacrime, ho accolto le lacrime e riso tantissimo insieme a loro.
Mi prendo anche un momento per dirmi che sono stata brava a seguire un’intuizione che ho avuto la prima mattina, mentre guidavo ascoltando i Metallica ad altissimo volume:
Quest’anno me ne frego del tempo che passa e mi metto in ascolto.
Ed è lì che l’arte ha fatto la sua magia: abbiamo parlato davvero di qualsiasi cosa: litigi al pre-scuola (magistralmente risolti senza pugni ma con il dialogo), rabbia repressa, delitto Gucci (!), turismo di massa (sarà oggetto di post sul blog a breve), recensioni su Booking.com, perché in inglese salotto si dice “living room” (sala dei vivi), i buchi nel muro di Caravaggio, femminicidi, violenza di genere, rapper che sparano in aria, Massimo de Carlo appeso al muro da Cattelan e qualsiasi altra cosa il nostro percorso ci metteva davanti.
Succede che certe difficoltà di apprendimento sembrino svanire. Magari non ti riesce facile scrivere un testo però, se ti chiedo di fare una comparazione tra hotel, il tuo senso pratico e la tua esperienza trovano terreno fertile per uscire allo scoperto. Un talento che, durante tutto l’anno scolastico, è rimasto su uno scaffale molto in alto, dimenticato tra un’analisi grammaticale e un compito di matematica, trova sfogo nella sua bellezza.
Succede che non c’è pressione, non c’è voto, non c’è altro se non la libertà di guardare un dipinto e trovarci quello che per noi è palese, al di là di chi l’ha dipinto, di che tipo di prospettiva ha usato e se i colori sono primari o secondari.
Noi ci troviamo la vita ed è la vita che ci interessa.
E se qualcosa ci interessa, l’attenzione è alta. E quando l’attenzione è alta, l’educatrice lancia i suoi semi per raccogliere fiori bellissimi con un profumo che si spande, contamina e rimane impresso nella memoria.
Ringrazio l’incontro con la scuola, Arianna e tutte le persone che guardano il futuro con speranza, impegno e voglia di trasmettere la struttura che rinforzerà muscoli e scheletri della generazione che, si spera, migliorerà il mondo con il suo sguardo.

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