Andrea Mantegna, Cristo Morto, 1483 circa, Pinacoteca di Brera, Milano
Una quarta elementare mi pervade di entusiasmo alla Pinacoteca di Brera.
Mi siedo in mezzo a loro, chiacchiero un po’, ci mettiamo a parlare di dove siamo, chi è quell’uomo che, a detta di unǝ, sembra un po’ schiacciato.
Qualcuno esterna la saccenteria ingenua del navigato cattolico: “Vabbé dai ma si capisce che è Gesù!“.
E allora mi fermo a dire loro che è facile per chi è natǝ qui ed è cresciutǝ tra chiese e catechismo identificare Gesù dalle stigmate. Ma alcuni loro compagnɜ non sono natɜ qui, non sono cattolicɜ, uno di loro è ortodosso e ci arriva lo stesso ma, altrɜ, non sono mai entratɜ in un edificio religioso di nessun tipo.
Siccome loro, all’inizio della visita, ci hanno tenuto a comunicarmi che fanno: judo, atletica, danza, parkour (!), ginnastica ritmica, nuoto, eccetera, io, davanti al Cristo del Mantegna, dico: “Invece io faccio squat davanti a questo quadro. Mi muovo avanti indietro e mi inginocchio per trovare la posizione giusta. Quella in cui non sembri una fisarmonica schiacciata.
Mi aiutate?”
E allora inizia un ballo di gruppo da Sagra della Porchetta, ci spostiamo in coro a destra. Poi a sinistra. Gli altri visitatori di Brera ci guardano, sorridono.
Vogliono provarci anche loro.
Lo fanno.
Qualcunǝ afferma convintǝ che Gesù diventa più alto se lo guardi da destra. Altrɜ se ti sdrai. Altrɜ si spostano fissando il dipinto per non perdere nemmeno un dettaglio.

vi agevolo foto di Alfaalfa perché so che siete gioventù e io vecchiezza
Finito l’esercizio, un bambino con i capelli stile Alfaalfa delle Simpatiche Canaglie, mi dice
“E quei tre?”

Io: “Tre?”
Mi avvicino. Non vedo niente. Niente di nuovo. Una faccia piangente, una faccia con un fazzoletto inumidito.
“Sono due”
“No, sono tre”.

Appare. Appare ai miei occhi un naso, una bocca da cui sporge la dentatura inferiore.
Appare donatami da un soldo di cacio con i capelli scarmigliati dal cappello di lana e degli occhi azzurri incorniciati da rossissime guanciotte che si stanno riprendendo solo ora dal freddo polare fuori, irrorate al caldo di queste sale.
Queste sale che percorro da anni, che penso di conoscere, che mi vanto di dire che sono un pochino casa mia.
Sono caduta in errore? Non proprio. Sono caduta nell’imprecisione. Eppure c’erano un sacco di indizi. Dalla didascalia, che non ho mai letto. Alla perizia che mi pareva di utilizzare. Alle persone che ho ascoltato spiegare il dipinto che, sicuramente, hanno accennato ai tre dolenti.
Tre.
Che vergogna, Valentina, sei stata colta in fallo! Ma come? Io? Quella della caccia al dettaglio? Quella che guardate bene fate attenzione siete sicurɜ?
Davanti a una delle opere più celebri non solo di Brera, ma della storia dell’arte italiana, mi trovo nuda, interdetta. Instupidita.
Avrei potuto vergognarmi. E invece.
La vergogna è durata meno di un attimo.
L’attimo dopo, mi sono incendiata. Fiera, orgogliosa, felice, stupita. Grata. Grata di essere stata, ancora una volta, svegliata. Scossa dal torpore che cerco io stessa di infrangere, riportata all’ordine nella fulminea necessità di guardare ancora, guardare di più. Osservare meglio.
Ma non si osserva mai da solɜ. Si osserva insieme. Ci si aiuta.
Ancora una volta ho imparato che bisogna essere umilɜ. Che bisogna essere in ascolto, con le orecchie tese.
Che saranno anche altɜ un soldo di cacio, senza le basi, senza pudore. Ma le altezze che riescono a raggiungere questi prodigi della primaria raramente si trovano, dopo.
Quando si diventa adultɜ, tronfiɜ, convintɜ che il museo in cui passi anni a raccontare, sia tuo. Tutto.
E invece no, non hai ancora visto tutto.
E meno male.
Meno male che a volte si insegna.
Ma sempre s’impara.



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