Di quando vi presentate a me con un abito, ma io vi attendevo in tuta.
Un altro caffè, un’altra mattina incomincia lenta, mentre rimango sola in questa casa e il mondo, fuori, prende a girare come dovrebbe. La vita dell’educatrice museale ha tempi strani. Domeniche piene e lunedì liberi, giorni senza una pausa e settimane in cui tutto scivola più lentamente (soprattutto per chi, come me, oltre a lavorare nei musei, fa anche la social media manager e può lavorare comodamente seduta al calduccio di casa con i gatti sulla pancia).
Stamattina, mentre fisso la cannella lasciare segni sul bordo della tazza, ripenso a ieri. Gruppo di adulti, colleghi. Chissà come ci arrivano, qui! Sono costretti? Quando li accogli, alcuni sorridono, alcuni parlano tra loro ignorandomi. Altri passeggiano parlando al telefono dimostrando di essere ancora in ufficio con la testa, anche se col corpo sono qui, davanti a una di cui, probabilmente, se ne fregano.
Ma se loro se ne fregano di me, io invece di loro mi interesso, eccome. Con gli anni, il pubblico non è più solo il gruppo di individui a cui mi rivolgo. É un groviglio di cose “prima” e “dopo”.
Ieri era palpabile che, nell’aria, dovesse esserci un’imposizione. Nel deposito oggetti, questi adulti responsabili lasciano i loro PC e vengono verso di me. Hanno in volto il desiderio rilassante di uno spritz, di un pigiama e un divano, la partita al videogioco. Non certo Giorgio Morandi.
L’inizio di una visita guidata assomiglia molto al momento in cui spruzzo un campioncino di profumo sul mio polso. All’inizio la sensazione è sempre la stessa: un freddo contatto epidermico. Poi arrivano le note di testa, i commenti tra i membri del gruppo, i primi sentori se quello che ti si sta prospettando ti piacerà oppure ti darà un forte mal di testa.
Mi dirigo verso lo strappo biglietti tendendo l’orecchio verso il brusio. Quando il pubblico ha gli auricolari del microfonaggio pensa che quel loro isolamento sia anche il mio. Invece io sento perfettamente e, soprattutto, ascolto molto volentieri.
Entrano nel buio della sala. Alcuni rimangono in fondo, continuando a parlare tra loro. Niente, penso, questa è una sfida. E mi piacciono tanto, le sfide.
A me col pubblico piace giocare. Mi piace spaventarli, farli ridere, Mi piace giocarmi, talvolta, la carta della parola scurrile. Di solito è una soltanto e solo se sono maggiorenni e gliene ho sentita profferire una a loro volta. Mi piace fare parallelismi assurdi, tirare fuori Charlie Chaplin in mezzo alle sarte di Van Gogh o Schwarzenegger con El Greco. Mi sento in dovere di inframmezzare fatti storici con immagini del presente, ché se non troviamo un aggancio con l’oggi l’unico aggancio è quello del chiodo alla parete e, mi dispiace, ma non basta questo per fare di un dipinto un’opera d’arte.
Nel tempo, ho capito che il mio mestiere ha tanto a che fare con il sapere quanto con l’incontro. L’incontro di me che amo il mio lavoro e che ne colgo l’aspetto costruttivo di mondi migliori e coloro che, il più delle volte, vorrebbero essere all’altezza di uno standard che io, personalmente, non mi stavo aspettando.
Quante volte la mia domanda iniziale: “Conoscete questo artista?” finisce in una valanga di: “Scusa, siamo ignoranti”.
Quando succede questo io penso che è un po’ come se voi voleste essere in abito da sera davanti a me, mentre io vi aspettavo in tuta.
Io vi aspetto sempre nella tuta della sera, della giornata libera, dello svago.
Vi aspetto senza aspettarmi niente da voi, se non quello che avete già. Perché ho imparato che l’apprendimento parte da un terreno in cui ci si sente a proprio agio. Si spicca il volo da terra, mai dal pianeta sconosciuto.
Sarà forse l’aspetto imprevedibile del mio pormi con voi, impettitɜ e stanchɜ della giornata di lavoro, che vi prende contropiede e, alla fine, anche quel noioso che fa bottiglie, tanto noioso non è.
E io torno a casa, a mettermi il pigiama, con il sorriso di chi ha, ancora una volta, sparigliato le carte.


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